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Cesare Pavese

LA RECITA DI BOLZANO”

di Sandor Màrai
adattamento teatrale di Marco Parodi
traduzione di Marinella D’Alessandro
con Eros Pagni, Laura Marinoni
scene e costumi: Luigi Perego
regia: Marco Parodi

NOTE DI REGIA

In una Bolzano tanto seria e virtuosa, ordinata e piena di buon senso, Giacomo Casanova, dopo la rocambolesca fuga dai Piombi, riceve la visita del Conte di Parma, ormai vecchio e ancora disperatamente innamorato della giovane moglie, che vuole sottrarre una volta per tutte all’influsso malefico del seduttore. E’ la sceneggiatura in chiave di monologo degli ultimi due capitoli del libro, i più straordinari e densi di significato, nei quali si gioca una partita all’ultimo sangue fra un uomo ormai giunto al capolinea della vita e un maturo dongiovanni (invisibile in scena) che ormai fatica sempre più a portare a termine le sue conquiste. E dal momento che la sua situazione finanziaria e giudiziaria appare del tutto compromessa, è costretto dal vecchio Conte ad accettare il più stravagante degli ingaggi: rappresentare in una sola notte alla Contessa (l’unica donna che Casanova abbia veramente amato) tutti i furori e i disinganni della passione, affinché lei possa guarire per sempre da lui.   

 “Fatti conoscere da lei, Giacomo, affinchè si renda conto che per lei non esiste una vita diversa da quella che le ha assegnato il destino, che tu sei l’avventura e che per lei non esiste nessuna possibilità di vivere insieme a te, perché tu sei la notte, la burrasca e la peste che sorvolano i paesaggi della vita, ma poi arriva il mattino, sorge il sole e la gente disinfetta le case, passa la calce sui muri e strofina i pavimenti…”

Ma entrambi hanno sottovalutato il ruolo giocato dalla donna, e l’incredibile messinscena avrà un esito del tutto imprevisto. La permanenza nella cittadina si rivela, dunque, un appuntamento col destino.

Come per una sorta di rivincita meta-letteraria molti grandi scrittori si sono appassionati alle  vicende di Casanova, basti pensare al “Casanova” di Fellini o a “Il ritorno di Casanova” di Schnitzler. Anche Màrai rivisita il “mito” Casanova, e, come i suoi predecessori, conduce sul personaggio una sottile e crudele opera di decostruzione. “Questo” Casanova è affetto dal consueto, esasperato edonismo ma appare nella sua narcisistica iperattività, sfatto, decadente e sterile. Màrai assegna al suo personaggio un unico ruolo possibile, quello del grande corruttore e indaga, impietoso, sui meccanismi mentali sottesi all’atteggiamento nichilista e amorale del suo Casanova; abile e opportunista conoscitore del sistema che fa da sfondo e da teatro alle Un grande romanzo sull’amore e sul suo sentimento contrario, l’egoismo. Una lettura appassionante, una discesa agli inferi sulle tracce di un personaggio incapace di salvare se stesso e da se stesso in eterna, drammatica, fuga.

Sándor Márai, scrittore ungherese, nacque a Kassa nel 1900 e morì in California, a San Diego, nel 1989. Visse a lungo a Vienna, in Svizzera, a Parigi e in Italia. Del 1917 la sua prima opera, una raccolta di poesie dal titolo Il libro dei ricordi. La sua fama è legata in particolare ai romanzi Le braci, apparso in Italia nel 1998 e L'eredità di Eszter (1999).

"Credo nell'amore e nella mutevolezza della fortuna. E credo nella scrittura, perché la scrittura ha potere sul destino e sul tempo. Nulla di ciò che fai, desideri, amici è destinato a durare. Passano le donne, tramontano gli amori. Sfumano le emozioni, e la polvere del tempo ricopre le tracce delle azioni compiute. Ma la scrittura rimane." (Sàndor Màrai)








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