“IO SONO….”
l’urlo disperato
di Sylvia Plath
con
Elena Pau
al clarinetto
Marco
Argiolas
Costumi:
Luigi Perego
Regia:
Marco Parodi
Ospite: Stefania Caracci,
curatrice di una biografia
di Sylvia Plath
Ma Sylvia è molto
più di una biografia; è un toccante
racconto della vita di Sylvia
Plath, attraverso le tante e
tormentate fasi della sua esistenza:
dalla bambina di dieci anni che
aveva perduto il padre solo un
anno prima, alla studentessa
inquieta che adorava lo sherry,
sino all’ultima Sylvia,
la straordinaria autrice di “Limite”,
poesia scritta otto giorni prima
di morire, quando, dopo aver
messo a letto i suoi bambini
con accanto due panini con burro
e una tazza di latte, decise
di lasciare questo mondo affondando
il viso nel morbido panno che
le faceva da cuscino sul ripiano
del forno a gas della sua cucina.
Inginocchiata, con gli occhi
nel buio entrava così nel
mondo senza limiti della poesia.
E lì rinasceva.
Stefania Caracci, nei ringraziamenti,
manda un pensiero anche a Ted
Hughes, “di cui non
ho seguito i consigli, pur considerando
con grande attenzione il tono
e la tensione delle sua parole”.
Queste righe spiegano la particolarità del
suo racconto e la capacità di
gettare una luce del tutto privata,
tenera ed accorata nello stesso
tempo, sul ritratto della grande
poetessa americana.
Lo spettacolo “I
am…” esplora
attraverso i diari e le poesie
il vissuto della Plath, ed
in particolare il periodo da
lei raccontato ne “La
campana di vetro”(1950-1954),
in cui Sylvia, inquieta studentessa dello
Smith College, tenta il suicidio
e viene ricoverata in un ospedale
psichiatrico in cui viene sottoposta
all’elettroshock.
Tutto è fuori
dall’ordinario, nella vita
di Sylvia Plath, anche la sua
fine, madre suicida che non trascina
con sé i suoi piccoli.
Una vita breve. Trent’anni
in cui un’ambiziosa ragazza
americana di Boston si trasforma
in poeta di straordinaria intensità.
Senza che le sia risparmiato
nulla. La morte del padre per
un diabete che non aveva voluto
curare, una madre amorosa fino
all’incubo, l’elettroshock.
Insaziabile, eccessiva, mentalmente
instabile, Sylvia pretendeva
il massimo. Profondamente infelice,
amava godere dei sapori della
vita: i profumi del mare e della
terra, i colori, il cibo, il
sesso. Ebbe un grande amore,
il poeta inglese Ted Hughes,
con cui visse in Inghilterra
per sette anni. Fu un matrimonio
impetuoso, una relazione quasi
selvaggia, incontro-scontro di
artisti. L’abbandono di
Ted fu la prova che Sylvia non
sostenne, le prosciugò tutte
le forze che aveva speso per
vivere. Eppure è negli
ultimi mesi che scrisse le sue
poesie più lucide e visionarie.
Sulla sua tomba è scritto: “Anche
tra le fiamme violente si può piantare
il loto d’oro”.