
“LUNA
DI GIORNO”
di PierPaolo
Pasolini
con Elena
Pau
e la partecipazione degli “Acousmatica”
direzione musicale: Ennio Atzeni
impianto scenico e costumi: Luigi Perego
regia: Marco Parodi
I testi rappresentati costituiscono
la testimonianza del lavoro compositivo
di Pasolini nell’ambito
della canzone, ed è interessante
notare che tutte queste canzoni
non sono mai pensate come puro
prodotto discografico ma vivono
sempre all’interno di un
processo di spettacolarizzazione:
prima il cabaret caustico e brillante
di Laura Betti e poi il cinema.
Anche i compositori sono fondamentalmente
al di fuori della canzone di
puro consumo: Umiliani, Fusco,
Hadjidakis vengono dal jazz,
dalla musica sperimentale, con
l’eccezione di Modugno,
del quale probabilmente Pasolini
apprezzava la matta discendenza
dalla tradizione popolare italiana.
“Non vedo perché sia la musica che le parole delle canzonette
non dovrebbero essere più belle. Un intervento di un poeta colto e magari
raffinato non avrebbe niente di illecito. Personalmente, credo che mi interesserebbe
e mi divertirebbe applicare dei versi ad una bella musica, tango o samba che
sia.”
Così si esprimeva nel
1956 Pasolini intervistato dalla
rivista “Avanguardia”.
L’occasione si presentò nel
1959, quando Laura Betti sollecitò agli
amici scrittori e poeti i testi
per le canzoni del suo nuovo
spettacolo “Giro a
vuoto”, e all’appello
risposero in molti, da Moravia
a Flaiano, da Fortini ad Arbasino,
e Pasolini contribuì con
tre canzoni in romanesco, “Valzer
della toppa”, “Macrì Teresa
detta Pazzia” e “Cristo
al Mandrione”, musicate
da Piero Umiliani e da Piero
Piccioni, che hanno tutte per
protagonista una prostituta che
una volta s’è presa
una “toppa” (“ciucca” in
romanesco), un’altra volta è stata
arrestata e non vuol dire il
nome del suo “pappone” che
ama, e infine si ritrova sbattuta
in una grotta del “Mandrione” (un
buco squallido della periferia
romana, verso Cinecittà,
in cui negli anni cinquanta esercitavano
le prostitute più malandate). “Ecchime
drento qua tutta ignuda / e fracica
fino all’ossa de guazza…./
vireme si ce sei Gesù Cristo….”
Per una seconda edizione dello
spettacolo, Pasolini scrisse
poi il testo della “Ballata
del suicidio” che
venne musicata da Giovanni Fusco. “Marylin” invece
non è una canzone, bensì una
poesia scritta in occasione della
morte di Marylin Monroe, definita “povera
sorellina minore/ quella che
corre dietro ai fratelli più grandi…”,
su accompagnamento musicale di
Marcello Panni. Di particolare
interesse è “Cosa
sono le nuvole?”,
che fu musicata e poi cantata
da Domenico Modugno nell’omonimo
episodio del film-collage “Capriccio
all’italiana”,
con Totò e Ninetto Davoli;
una stupenda rilettura dell’”Otello” shakespeariano
ambientata in un teatro di burattini
di una scalcinata periferia romana
non ancora toccata dal “miracolo
economico”. A Totò (Jago
con la faccia dipinta di verde) è affidata
l’educazione sentimentale
di Ninetto (Otello); ma il compito
si rivelerà impossibile,
perché il pubblico dei
borgatari, inferociti, si ribella
indignato per la morte di Desdemona
e li fa a pezzi. L’ultima
inquadratura vede i due burattini,
scaraventati nel camion dell’immondizia,
con la faccia rivolta verso il
cielo nel quale vedono sfilare
le nuvole. Ed è lì che
Ninetto rivolge al maestro la
famosa domanda: “Sor
Maè… che cosa sono
le nuvole?”. E un
Totò incazzato per la
squallida fine a cui l’hanno
ridotto, borbotta: “Boh…”.
E la canzone dei titoli di coda è cantata
proprio da un Domenico Modugno “spazzino”,
che guida il camion per le straducole
della borgata. “I ragazzi
giù nel campo” e “C’è forse
vita sulla terra” sono
due testi adattati da Pasolini
e Dacia Maraini sulle musiche
composte da Manos Hajidakis per
il film di Dusan Makavejev “Sweet
Moovie”. Infine in
chiusura due canzoni che ricordano
la figura e la tragica fine di
Pasolini. “Lamento
per la morte di Pasolini” di
Giovanna Marini, “Persi
le forze mie persi l’ingegno/che
lamorte m’è venuta
a visitare…”,
e “Una storia sbagliata” di
Fabrizio De André, composta
e incisa nel 1980 e da allora
mai più ripubblicata: “E’ una
storia vestita di nero/è una
storia da basso impero/è una
storia mica male insabbiata/è una
storia sbagliata.” Anche
questa volta Fabrizio aveva visto
giusto.