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Passeranno i mattini/
passeranno le angosce/
           non sarà così sempre/
              ritroverai qualcosa...

Cesare Pavese


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“Bellas mariposas”

di Sergio Atzeni
adattamento di Marco Parodi
con Viola Tosi
e la partecipazione dei “Malos cantores
impianto scenico: Corrado Gai
costumi: Marco Nateri
regia di Marco Parodi

 

L’idea è quella di sviluppare teatralmente il lungo monologo che Atzeni ha cucito addosso ad una ragazzina tredicenne, mentre trascina una lunga giornata per le scale  e negli odori di uno squallido condominio della periferia cagliaritana, Santa Lameneras,  girovagando fra la spiaggia del Poetto e Monte Urpinu, la piazza della Stazione e Quartucciu, in compagnia di una sua coetanea dal nome assai poetico, Luna. Nella straordinaria fascinazione linguistica con la quale Atzeni ha rivestito i pensieri e i comportamenti di queste due ragazzine si potrebbero cogliere echi dell’impasto gergale pasoliniano; ma la fresca oscenità e la precisione realistica nel descrivere questo spaccato di vita cagliaritana a me fanno venire in mente, piuttosto, il mondo di Queneau e di quella stupenda protagonista che è stata “ZAZIE NEL METRO”.
Lo spettacolo è tutto incentrato sul magma ininterrotto di parole che escono dalla bocca di Cate; uno “slang caralitano” spinto ai limiti del virtuosismo linguistico, ma che si rivela come uno straordinario atto d’amore dell’autore verso la sua città, della quale egli sembra essersi assunto il compito di difendere ed esaltare l’identità. Attorno alla giovanissima protagonista, a Gorbaglius a Santa Lameneras,tra il muretto e i centri sociali, che esprime con minuziosa e maniacale precisione la quotidianità di chi sta ai margini), si sviluppa la cultura delle posse, di coloro che vogliono esprimere il proprio senso di comunità, di gruppo. La posse è un gruppo di persone che sedimenta la propria unione intorno a un bisogno, per rafforzare le proprie radici, per condividere un frammento di esistenza. E’ un metodo artigianale di riappropriazione delle strade che diventa ogni giorno più forte, impone modi e stili di vita,  ribadendo che la solidarietà umana è il primo irrinunciabile valore. Ed è straordinario come Atzeni, che ci ha lasciato prima che il fenomeno acquistasse le dimensioni  attuali, si sia fatto in un certo senso portavoce di coloro che vivono la città come un emozionante gioco, con l’obbiettivo di ridurre la distanza abissale che separa il centro dalla periferia.
Per restituire il grumo vorticoso delle immagini ricreate dallo “slang” della piccola Cate, ho pensato di ricorrere all’uso delle proiezioni, ricostruite sul ritmo metronomico di una batteria elettronica, con l’intento di spalancare davanti agli occhi dello spettatore scenari inediti, obbligandolo a confrontarsi con una realtà che non sempre riesce a capire. Affiora dalle pagine di Atzeni la sua sintonia con il concetto radicalmente modificato del fare musica di quei piccoli complessi nati nel “ghetto” cagliaritano e che si chiamano “Caddos de s’Urrei “, “Sardegna Gangsta Family” o “Sa Razza”. Funk nuragico, suono sardo, come superamento delle tendenze isolazionistiche, come ricerca di uno specifico sonoro e linguistico assolutamente originale.
Con questo lungo racconto sonoro, Sergio Atzeni, facendo ricorso alla sua strabiliante capacità visionaria (si veda l’incredibile episodio di “Aleni la coga”, la ballerina dalle lunghe trecce che legge il passato e il presente in compagnia di due nane musicanti ed otto gatti neri; degno di Bulgakov), è diventato la voce di chi non ha voce, di chi vuole affermare un bisogno di differenziazione e di resistenza, per sfuggire all’omologazione.






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