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è un'associazione culturale che nasce dalla volontà di promuovere e diffondere la cultura sarda, di valorizzarne le straordinarie risorse in termini di professionalità nel campo
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Passeranno i mattini/
passeranno le angosce/
           non sarà così sempre/
              ritroverai qualcosa...

Cesare Pavese


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4 - 5 gennaio

OH, CHE BELLA GUERRA!”
SCENETTE COMICHE E CANZONI
a cura di Marco Parodi
con Rossella Faa, Elena Pau, Luigi Tontoranelli
direzione musicale: Ennio Atzeni
Impianto scenico: Corrado Gai
Costumi: Marco Nateri
Regia: Marco Parodi

PRIMA PARTE (la Grande Guerra)    SECONDA PARTE  (2.a Guerra Mondiale)
“Ma...quella Mitzi”                                    “Qualcosa vorrei”                  
“La Violetera”                                           “Ic ab dich”                          
“Ti darò quel fior “                                    “Canzon d’amor”
“Tu non mi sai capir”                                “Sul lago Tana”  
“Il giardiniere e la monacella “                  “Mister Churchill”
“Capinera”                                                “Oh, com’è delizioso andar”
“La mia sposina”                                       “Sfiorano l’onde nere”
“Voulez – vous ‘d le canne «                     “La maschera”
« Ziki-Paki Ziki-Pu”                                    “Le carovane del Tigrai »
“Serenata sincera”                                   Dopoguerra - I Cantacronache:
 “Maria Luisa”                                          “Seguendo la flotta”                       
“Ce l’hai o non ce l’hai”                    “Cantata della donna nubile”
“Luna tu”                                                  “E’ fatto giorno”
“La maestra di mandolino”                         “Ero un consumatore”
“Il bosforo”                                                “Qualcosa da aspettare”
“Mi sono trattenuto”                                  “Canzone triste”
 “Abbassa gli occhi”                                 “Questa democrazia”
“Ciribiribin”                                                “Oh, com’è bello sentirsi”
“‘O surdato ‘nnammurato”                          “Le cose vietate”
                                                                “Tutti gli amori”
                                                               Le canzoni del Festival d’Assisi:
                                                                  “La pecorella smarrita”
                                                                “La donna perduta”
                                                           (Passerella
                                                              “Io e la bomba”

NOTE DI REGIA

Nella Prima Parte viene ricostruita una recita per le truppe al Fronte, organizzata dal Comando Supremo dell’Esercito Italiano come momento di svago nelle retrovie dopo i terrificanti giorni trascorsi in trincea. Ed ecco che su di un piccolo palcoscenico, poveramente scenografato come un “café-chantant” ma inquadrato da patriottiche bandiere tricolori con lo stemma sabaudo, un trio composto da un “macchiettista” e due “sciantose”, accompagnato da un terzetto di musicisti (pianoforte, violino e contrabbasso) intrattiene le truppe con uno spettacolo costruito secondo la formula del café-chantant, un genere che ebbe uno straordinario sviluppo in Italia nel periodo che va – grosso modo – dal 1895 al 1915. Da queste ribalte fumose e vocianti, che evocavano una sordida allegria e lo squallore burlesco dei casini, spuntavano figure magiche: comici col vestito a quadrettini e sciantose con la rosa nella scollatura, che duettavano riproponendo quelle che oggi vengono considerate “le canzonette dei nonni”, ma che allora apparivano scandalose come quelle vecchie foto pornografiche con gli uomini baffuti impegnati in acrobatiche risse d’amore durante le quali, però, tenevano scrupolosamente indosso calzini, giarrettiere, mutande di flanella e talvolta perfino il berretto. Ma qual’è la natura di questo genere teatrale? Essa consiste nel rifiuto di tutto ciò che non è divertimento, arrivando però ad esplorare territori assai più impegnativi come quelli dell’”assurdo” e del “nonsense”, inimitabili e sconosciuti anticipatori del futuro “cabaret”. Due sono le caratteristiche di questa comicità: il cinismo (tutto è giustificato dalla battuta) ed il patologico (il finale conduce in farmacia o all’ospedale a seconda della gravità della malattia venerea contratta). Si ripropone qui il criterio di punitività che è alla base di ogni tipo di pornografia. La permissività iniziale sfocia inevitabilmente nel castigo finale, castigo che colpisce il protagonista, ma che continua a gravare sulla psiche dello spettatore, come nel duetto significativamente intitolato “Ce l’hai o non ce l’hai?” in cui l’amico esperto di incontri con le “signorine” tranquillizza il protagonista: “….Vedrai all’ospedal / guariran codesto mal.”

Appare chiaro come un repertorio del genere potesse essere in sintonia con i gusti espressi dal Comando Supremo dell’Esercito, che in quegli stessi anni distribuiva ai soldati un manualetto intitolato: “Suggerimenti igienici per le truppe” (specie quelle in partenza per l’Africa Orientale), in cui si condannava l’eccessiva dimestichezza con le donne da colonizzare, a contrasto con il mito del maschio italiano supervirile e seminatore di figli per il mondo, come il protagonista di “Ziki-Paki Ziki-Pu”, il quale, messo di fronte ad una paternità imprevista dopo una scorribanda coloniale, esclama: “… dopo tutto è un italiano che c’è in più…”. Ma tutte le canzonette in repertorio, che spaziavano dalla pesante sensualità dei couplets di “Voulez-vous d’ la canne?” ai doppi sensi facili da indovinare tra il “attaccati alla rampa/ sta fermo con la zampa” e la voglia di vedere “se ce l’hai son contenton”, venivano accompagnate da gesti eloquenti e dal tumulto della grancassa, e acquistavano così per le truppe una irresistibile forza espressiva. Ma, quasi a voler alleggerire il tono scollacciato della serata, il “fonografo” si faceva improvvisamente “galante” scivolando nel caramelloso e  si patinava del colore delle cartoline spedite a casa dai militari. Lo spettacolo si concludeva poi, obbligatoriamente, con “’O surdato innamorato ”, cantato da tutti, artisti e spettatori, in un tripudio di bandierine tricolori.

Nella Seconda Parte, ambientata in un ospedale da campo, si dà spazio alle canzoni della Seconda Guerra Mondiale contrapponendo la retorica fascista alla finta allegria di uno spettacolo allestito dalle infermiere per i reduci che in battaglia hanno perso chi un braccio, chi un occhio, chi una gamba. Il contrasto è violento: sentire esaltare le Carovane del Tigrai, che vanno “nella notte blu, verso una stella che brilla d’amor”, da un povero marmittone che nasconde sotto il pigiama il moncherino di un braccio, o costringere a rievocare il “dolce incanto della sera” sul Lago Tana dove “si fa il saluto alla romana/per chi combatte e per chi muor” chi in quell’incanto ha visto morire tanti camerati, trasforma questa parte dello spettacolo in una sorta di controstoria d’Italia, riaprendo il discorso sulla guerra e sulle sue dinamiche e comportamenti conflittuali come parte essenziale della comprensione degli eventi, invitando il pubblico a fare i conti con le ambiguità della memoria. Anche certa musica può servire per non dimenticare, per conoscere, per crescere in consapevolezza critica, per esprimere la nostra voglia di cambiamento.

Ci sono musiche per rilassarsi, musiche per annebbiare la mente e la volontà, musiche per vendere l’anima ai modelli consumistici di massa, musiche per le autogratificazioni solipsistiche di presunte élites culturali che altro non sono che élites economiche e di potere. Ma ci sono anche "Musiche per la libertà", come è documentato nell’ultima parte dello spettacolo, che abbraccia il Dopoguerra fino agli anni Cinquanta,  ed è riservata alla  “rivolta in musica” di Michele L. Straniero e dei Cantacronache. "Senza Cantacronache e senza Michele Straniero la storia della musica italiana sarebbe stata diversa" disse Umberto Eco. Era un movimento fondato nella Torino degli anni '50 da un gruppo di amici, spinti ad improvvisarsi autori-cantanti dalla "pessima qualità delle canzonette del festival di San Remo", e che è riuscito ad incidere profondamente nello sviluppo della forma-canzone, influenzando almeno una e forse addirittura due generazioni di artisti. Con i Cantacronache (Calvino, Fortini, Eco, Amodei, Straniero, Jona, Liberovici, Galante Garrone) è nata la canzone di protesta, la canzone alternativa a quella di facile consumo. Con Cantacronache inizia anche la ricerca sul campo di canti sociali, che Straniero effettua assieme a Sergio Liberovici, Emilio Jona e altri del gruppo, raccogliendo materiali in Piemonte, Puglia e Sicilia, poi nella Spagna franchista, in dura polemica contro la famiglia della cattiva musica, nella cui corazza quel movimento rappresentò una prima incrinatura.

E su di un’analoga – ma di segno opposto  - contrapposizione al Festival di San Remo si è basata l’istituzione del Festival della Canzone di Assisi, voluta negli anni Cinquanta dai frati della Basilica di San Francesco per porre un argine alla dilagante “pornografia” dei testi delle canzoni sanremesi. L’iniziativa ebbe anche l’onore di una ripresa televisiva da parte della neonata RAI, ma fu costretta a chiudere in gran fretta sotto il peso del ridicolo a cui si esponevano interpreti di grande fama come Achille Togliani, Gino Latilla, Nilla Pizzi, Tonina Torrielli, diretti dal Maestro Pippo Barzizza. Ancora oggi si fa fatica a credere all’autenticità di testi come quelli della “Pecorella smarrita” che il Buon Pastore va a cercare, dopo aver lasciato il gregge, a ritmo di cha-cha-cha; o della “Donna Perduta” che sempre il Buon Pastore salva dalla lapidazione questa volta a ritmo di “beguine”. Eppure Vi possiamo giurare che tutto ciò è realmente accaduto, e che nell’Italia del dopoguerra c’è stato posto anche per forme espressive di questo tipo. Buon divertimento.
                                                                                
Marco Parodi




 

 

 

 





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